L’indirizzo di un luogo che conoscevo già
Tutto è iniziato con una sola vaporizzazione, fatta per curiosità sul braccio.
Un mio caro amico, con il quale condivido la passione per i profumi, era appena tornato da Parigi e, al posto del classico souvenir, aveva portato con sé quella curiosa bottiglia ovale. Iniziammo a parlare dei profumi che aveva sentito durante il viaggio e, a un certo punto, mi disse: «Devi assolutamente provare questo». Lo feci.
Non conoscevo affatto questa fragranza, e ancora meno la storia che portava con sé.
Ricordo il ginepro come la prima cosa che riuscii a riconoscere. Durò poco. Quasi subito la mia attenzione si spostò verso qualcosa di più difficile da definire: un legno che non aveva niente di fresco o appena tagliato. Mi fece pensare a una superficie scura, lucida dall’uso, levigata negli anni dal passaggio delle mani. Il bordo di un tavolo da biliardo, forse. O il bancone di uno di quei vecchi bar che sembrano essere rimasti uguali per decenni.
Poi arrivò qualcosa di floreale. Ma anche lì il fiore, da solo, non riusciva a spiegare quello che sentivo. Mi ricordava piuttosto il profumo rimasto sul collo di una donna elegante, quando ormai non distingui più la fragranza dalla pelle.
Tornai a casa, ma continuai a sentirne la presenza per il resto della giornata. La mattina successiva mi svegliai con un unico obiettivo: comprarlo. Non conoscevo il prezzo e non sapevo nemmeno dove avrei potuto trovarlo. Ma la decisione, in realtà, l’avevo già presa.
Lo trovai quello stesso giorno. Lo comprai e solo dopo, una volta tornato a casa, mi venne una curiosità che fino a quel momento non mi ero posto: perché Orphéon?
Cominciai a cercare e scoprii che quel nome apparteneva a un luogo realmente esistito. Era un locale della Parigi dei primi anni Sessanta, a Saint-Germain, proprio accanto alla prima boutique Diptyque. I tre fondatori della maison lo frequentavano e, molti anni dopo, Diptyque aveva deciso di trasformarne il ricordo in un profumo.
Continuavo a leggere e, inevitabilmente, tornavo con la mente a quello che avevo sentito il giorno prima: il ginepro, quel legno scuro e consumato, qualcosa di floreale rimasto sulla pelle. Improvvisamente quelle sensazioni sembravano avere un luogo.
«Adesso capisco.»
Quello che avevo immaginato sentendolo sulla pelle, senza conoscere nulla della sua storia, improvvisamente acquistava un senso. Non avevo riconosciuto un luogo preciso. Eppure, in qualche modo, Orphéon mi ci aveva già portato.
Naturalmente, da quel momento, conoscere la storia dell’Orphéon ha condizionato la mia immaginazione. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario. Ma c’era qualcosa che quella storia non poteva modificare: le prime impressioni erano arrivate prima. Prima del locale, prima di Saint-Germain, prima di sapere cosa Diptyque avesse voluto raccontare.
Forse è anche per questo che non ho mai avuto la sensazione di osservare una scenografia costruita da qualcun altro. Diptyque mi ha dato l’indirizzo di quel locale. Ma sono io che ci sono entrato.
E ci entro sempre a fine serata, quando gli odori hanno già cominciato a perdere i propri confini e a confondersi fino a diventare semplicemente l’odore del locale.

Sono seduto su uno sgabello davanti al bancone di legno lucido. C’è ancora qualcuno intorno a me, ma è tardi e il locale comincia lentamente a svuotarsi. Anche il mio bicchiere di gin è quasi vuoto. Sono solo, ma non mi sento isolato. Ho fatto parte di quello che è successo fino a quel momento; adesso, davanti a quel bancone, torno semplicemente a me stesso. Non c’è malinconia. È quel momento della notte in cui ciò che abbiamo condiviso con gli altri comincia a dissolversi e, poco alla volta, ognuno riprende la propria strada.
Una donna mi passa alle spalle mentre indossa il soprabito. Ho la sensazione che durante la serata sia stata al centro dell’attenzione, senza aver fatto nulla per esserlo. Una di quelle presenze che raccolgono naturalmente gli sguardi e che, quando stanno per andare via, sembrano portarsi dietro qualcosa della serata.
Le sue labbra conservano ancora il rossetto, ma non più con l’intensità che immagino avesse all’inizio della notte. Passandomi accanto, i nostri sguardi si incontrano per un istante. Non c’è seduzione, né malizia. Soltanto l’accenno complice di un sorriso, prima che continui verso l’uscita.
Mi volto di nuovo verso il bicchiere. Il gin ormai quasi non lo sento più, ma nell’aria sembra essere rimasto qualcosa di lei. È cipria, una sensazione quasi polverosa, come se il suo trucco avesse impiegato più tempo di lei ad abbandonare il locale.
Ed è forse questa una delle cose che più mi affascinano di Orphéon: qualcuno è già andato via, ma il suo odore è ancora lì.
Il profumo sulla pelle continua a raccontare quella notte per molte ore. Su di me la persistenza è quasi inesauribile: posso indossarlo al mattino e ritrovarlo ancora la sera. Anche la proiezione è decisa, ma non ricordo di averlo mai percepito come invadente. Orphéon ha presenza senza bisogno di imporsi.
Forse è anche per questo che non l’ho mai legato a un’occasione particolare. Non esiste per me la serata da Orphéon, né un abito o una stagione che debbano giustificarlo. Lo indosso quando ne sento il desiderio.
C’è però un gesto che racconta meglio di altri il rapporto che ho con questo profumo. Orphéon non sta insieme agli altri della mia collezione. Lo tengo nell’armadio, dove tengo i vestiti. Non ricordo di averlo deciso: è semplicemente finito lì e lì è rimasto. Non perché lo consideri più importante degli altri, ma perché, in qualche modo, quello mi è sempre sembrato il suo posto.
Ogni volta che apro l’armadio e lo prendo, qualcosa ricomincia. Torno a quello sgabello, al bancone di legno, al bicchiere di gin, a quella donna che indossa il soprabito prima di andare via. La scena è sempre la stessa, ma non ho mai la sensazione di averla esaurita. C’è sempre qualcosa che mi trattiene ancora un po’, come quando una serata è ormai finita ma non hai ancora voglia di alzarti e andare via.
Forse è proprio per questo che continuo a tornarci.
A volte mi sono chiesto cosa farei se Diptyque smettesse di produrlo e quella nell’armadio fosse la mia ultima bottiglia. So che non riuscirei a conservarla.
Mi dispiacerebbe vederne scendere il livello, ma continuerei a indossarlo. Finché ne rimanesse anche solo una vaporizzazione, potrei ancora tornare in quel locale.
Poi, inevitabilmente, arriverebbe l’ultima.
Ed è in quel momento che finisco ciò che rimane nel bicchiere, mi alzo dallo sgabello e indosso il soprabito. Mi avvicino all’uscita, poi mi fermo per un istante e mi volto. Guardo ancora una volta il bancone, le ultime persone rimaste, quel luogo che lentamente si prepara a rimanere vuoto.
Accenno un sorriso.
Accendo una sigaretta e vado via.
