È tardi. La piazza del mio paese si è ormai svuotata. Le luci sono poche, immobili, e tutto quello che durante il giorno sembra avere una funzione, come le strade, le panchine, le serrande, le automobili parcheggiate, a quest’ora sembra soltanto essere rimasto lì.
Sono seduto nella mia vecchia auto. Non ricordo dove dovessi andare, forse da nessuna parte. Ricordo invece la pioggia: leggera. Batteva sulla lamiera quasi educatamente, avendo l’accortezza di non interrompere il silenzio. Un suono piccolo, regolare, abbastanza presente da accompagnare i pensieri e troppo discreto per riuscire a distrarli.
Ci sono notti nelle quali la solitudine è riposo e altre in cui diventa lucidità. In quelle notti ero spesso lucido, forse troppo.
C’è una soglia oltre la quale la lucidità smette di sembrare una qualità. Mi torna in mente Dostoevskij e quella sua ossessione per l’eccesso di coscienza: il momento in cui pensare troppo non chiarisce più le cose, ma comincia lentamente a privarle delle loro illusioni.
Quando ci si ferma abbastanza a lungo, senza rumore intorno e senza qualcosa che richieda attenzione, iniziano a cadere molte delle costruzioni con cui normalmente rendiamo il mondo abitabile: qualche sogno, certe aspettative, infine quelle piccole illusioni delle quali conosciamo perfettamente la natura e che, proprio per questo, fingiamo di non vedere.
Il mondo non diventa necessariamente più brutto. Perde semplicemente i colori accesi.
È proprio quella particolarità della notte — non il buio, ma lo scolorirsi delle cose — che ritrovo in Ennui Noir. E, quasi nello stesso punto, in Saturday degli Sparklehorse. È qui che il ricordo smette di essere soltanto una scena del passato e diventa una chiave per capire ciò che, anni dopo o forse semplicemente altrove, riconosco nello stesso stato d’animo.
Non saprei dire quando abbia cominciato ad associare il profumo alla canzone. Non credo sia stata una decisione: non ho ascoltato Saturday cercando una fragranza che potesse rappresentarla, né ho indossato Ennui Noir domandandomi quale musica potesse accompagnarlo. A un certo punto hanno semplicemente iniziato ad appartenere allo stesso luogo interiore.
Forse proprio a quella macchina, a quella piazza, a quella pioggia.
C’è un frammento di Saturday che continua a tornarmi in mente:
“I’d like to tell you… how I feel.”
Poche parole, quasi niente. Ed è forse proprio quel quasi niente a spiegare ciò che sento: qualcosa che esiste con chiarezza, ma non trova la necessità, o il coraggio, di trasformarsi in gesto.
Ennui Noir mi appare allo stesso modo. Almeno sulla mia pelle non percepisco una vera successione di apertura, cuore e fondo, né un momento in cui sembra essere una cosa e qualche ora dopo diventa altro. Rimane riconoscibile dall’inizio alla fine, eppure non lo percepisco mai come piatto.
La sua immobilità non è mancanza di movimento; è piuttosto una nota mantenuta a lungo senza bisogno di risolversi, una stanza nella quale la luce non cambia, la pioggia che continua a cadere con la stessa intensità sulla lamiera di un’auto.
Ennui Noir è minimalista in questo senso: non costruisce un climax, non sembra interessato a sorprendere e non pretende di condurre da qualche parte. Anche Saturday possiede, per me, la stessa economia emotiva. È sottile, fragile, trattenuta, come se tutto ciò che non fosse indispensabile fosse stato eliminato.
Forse è questo che li avvicina: entrambi sembrano fermarsi un istante prima che qualcosa si compia. Nella canzone è un sentimento che vorrebbe diventare gesto; nel profumo è una presenza che resta sulla pelle senza cercare una conclusione.
Quando li percepisco insieme, la fragranza sulla pelle e quella canzone nella memoria, ciò che sento non è tristezza. È qualcosa di più difficile da definire: una forma di distanza, come osservare la propria vita da qualche metro più indietro del solito.
In quei momenti la lucidità diventa quasi fisica. Le cose perdono il velo che normalmente le rende più sopportabili, più desiderabili, forse anche più belle, e rimangono ciò che sono: senza promessa, senza tragedia e senza consolazione.

È anche per questo che Ennui Noir è uno dei profumi che indosso meno. Non perché non mi piaccia; forse proprio perché mi piace nel modo sbagliato. Ci sono fragranze che scelgo per sentirmi meglio, per ricordare qualcosa, per sentirmi elegante o semplicemente perché amo averle addosso. Ennui Noir non mi concede quella leggerezza.
Quando lo indosso ho l’impressione che abbassi lentamente il rumore di fondo e lasci emergere ciò che normalmente riesco a tenere occupato altrove. Mi chiede attenzione, e non sempre ho voglia di arrivare fin lì.
È allora che mi lascia al limite dell’oblio: non dentro, al limite. Abbastanza vicino da intuire quanto potrebbe essere semplice, per un momento, smettere di attribuire significati alle cose e lasciare che il mondo sia soltanto quello che è, senza speranze aggiunte, senza aspettative, senza il bisogno continuo di trasformarlo in qualcosa che assomigli ai nostri desideri.
Poi basta poco perché il momento si spezzi. Una macchina attraversa la piazza, la pioggia cambia ritmo, si accende una finestra o semplicemente metto in moto e vado via.
Il mondo ricomincia lentamente a riempirsi di colori, ma Ennui Noir resta sulla pelle, identico a prima. Come se non fosse successo niente.
Forse è proprio questo che mi inquieta di lui. Ed è forse anche ciò che me lo fa amare.
